Roberto Ferri, Prison Tears.

Anche il mistero dell’essere, anche ciò che vi è di più oscuro nelle profondità dell’uomo, nelle sue ancestrali paure, nei suoi sgomenti, nelle sue avidità; anche l’urlo erotico che nasce dal buio del sangue; anche la sfrenatezza panica che non conosce limiti.

Sì, proprio questo esprime Roberto Ferri con la sua “Prigione di Lacrime”, l’erotismo più sfrenato, l’oscurità di un atto non ancora compiuto e che, immortalato nella tela, non si compirà mai. Ogni istinto umano è riprodotto sfondando le barriere dell’iperrealismo per sfociare in una resa più sublime del reale.
Le mani sulla carne, quella carne che ammalia ogni essere vivente, quella carne che rende schiava l’anima, quella carne che governa come somma dea l’agire umano. L’artista oscura i volti degli amanti universalizzando la composizione: ogni uomo, ogni donna, ogni amante può diventare protagonista del dipinto e sostituirsi ai due protagonisti.

La figura femminile pare priva di sensi, lo capiamo dal braccio destro lasciato cadere a terra e dalla testa reclinata all’indietro; è inoltre in equilibrio precario e sembra sostenuta solamente dalle forti braccia dell’amante. Si può supporre quindi che la protagonista sia priva di vita (il pallore della pelle rafforza questa tesi) e che l’amante stia piangendo la sua scomparsa. Acquista così senso il titolo “Prigione di Lacrime” in quanto il dolore relega l’uomo in una prigione di disperazione dal quale pare non esserci via di fuga.

Samuele Iacopini (Breathing Art).

Categorie: Pittura

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